Walter Lippmann

(1889 - 1974)

Influente giornalista, saggista politico, incarichi di primo piano a servizio USA. Figura molto influente e rappresentativa del pensiero americano in questi anni.

Partecipa alla conferenza di Pace con compiti di definire i confini. In seguito contrasti con Wilson e critica estrema della pace raggiunta, giudicata estrema nella penalizzazione della germania e dominata da Francia e Inghilterra che avevano sopraffatto Wilson. La società delle nazioni (a cui USA non partecipano) è solo strumento delle grandi potenze europee contro la libertà dei popoli che vivono fra Reno e Oceano Pacifico.

Rapporto intenso con l'Europa (la visita spesso) nell'epoca dei totalitarismi: ribadisce l'eccezionalità del sistema politico americano visto come migliore arma per contrastare la perdita della libertà e la deriva verso i totalitarismi. “Madison non si sarebbe stupito di Hitler”. Il potere della maggioranza se è svincolato dal sistema di contrappesi può esprimere la volontà momentanea delle masse che non sanno che fare della loro libertà e portare al potere un despota (stile hitler).

Lippmann fu fra i pochi a non vedere l'ascesa di Mussolini come un fatto positivo visto come argine al comunismo.

In anni giovanili Lippmann si avvicina al Socialismo e aderisce alle correnti che avevano prima della prima guerra mondiale segnalato il bisogno di arginare lo strapotere delle corporations (Theodore Roosevelt, Croly ). L'adesione non è tuttavia al partito socialista o a modelli di tipo sovietico, tanto che presto Lippmann comincia a criticare tutti i progetti di tipo utopistico, ed in particolare il Marxismo visto come strumento inadatto all'analisi della società americana in cui la classe media e non il proletariato aveva assunto il ruolo di classe dominante.

Per quanto riguarda l'intervento statale in economia, il giudizio di Lippmann su Roosevelt oscilla fra il positivo ed il negativo. Alla fine lo dichiarerà misura tutto sommato necessaria dato lo stato disastroso dell'economia in quel preciso periodo, ma in generale espressione di un paternalismo molto dannoso e pericoloso. In questo però non arrivava agli eccessi di Hoover, che paventava l'avvento di una dittatura: c'era una forte differenza fra gli USA, in cui le lezioni davano comunque al popolo possibilità di espressione e gli stati totalitari in cui i cittadini non avevano facoltà di scegliere.

Lippmann osservava che il pericolo totalitario era molto minore in USA perché gli stati uniti molto poco si prestavano ad ideologie monolitiche, essendo una federazione di stati estesa su un territorio continentale. Anche i partiti si presentavano in realtà come federazioni di partiti regionali. Inoltre c'era il sistema di divisione dei poteri e tutta l'architettura dei padri fondatori.

Lippmann individua nell'azione dello stato in economia due tendenze:

Collettivismo libero Collettivismo assoluto
Praticato dai popoli di lingua inglese, non mira al controllo assoluto dell'economia, nè al totale laissez faire. E' collettivismo improntato alla correzione dei problemi di un capitalismo troppo avanzato per essere lasciato a se stesso, ma che fa salva l'iniziativa personale e imprenditoriale. In questa concezione, lo stato rimane servitore del cittadino. E' il collettivisto degli totalitari, che mira a dissolvere l'individuo nell'apparato dello stato. L'industria è vista in chiave bellica, lo stato è il padrone e i cittadini i suoi schiavi. La libertà viene annullata. La pianificazione è totale.

Lippmann rifiuta anche un collettivismo di tipo progressista, in cui comunque vi è la pianificazione, anche se in forme che rispettano la democrazia e escludono la violenza. La pianificazione in sé è tirannide della maggioranza.

Un'azione di governo improntata al libero collettivismo è indispensabile per il mantenimento di un regime democratico e libertario: dove le classi medie ed i valori della proprietà si sono mantenuti forti il totalitarismo non ha preso piede (in Russia non c'era classe media, in Germania è andata in rovina con la crisi, in Italia si era impoverita). D'altronde la classe operaia non deve essere lasciata indifesa ad andare in bancarotta precipitando nella disoccupazione per non dare adito a spinte populistiche.

La “buona società” descritta da Lippmann costituisce la ripresa di molti dei motivi che si sono visti nel pensiero politico americano e che si possono riassumere nella superiorità del modello e dell'esperienza americana su di un'Europa vinta dai suoi mali. Tuttavia, l'esito che Lippmann ne ricava è la necessità da parte degli USA di prendersi le proprie responsabilità nei confronti del mondo intero, rendendosi portavoce della tradizione di libertà e democrazia in tutto il mondo e assumendosi quindi il ruolo di ultima grande potenza mondiale.

 
lippmann.txt · Last modified: 2009/06/06 00:34 (external edit)
 
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