Rimane in carica per quattro mandati consecutivi, fino alla morte nel 45. In seguito viene promulgato il ventiduesimo emendamento, che limita per legge la carica dei presidenti a due mandati.
Eletto nel 33 sconfiggendo Hoover, vara la serie di misure economiche e di riforma da lui definite New Deal. Il new deal costituisce un punto di rottura con la tradizione precedente del governo sostanzialmente debole: il governo federale interviene pesantemente in economia.
Roosevelt critica l'idea di Hoover che la crisi del 29 avesse avuto radici europee, ed invece la ricollega ai mali tutti americani dello strapotere delle corporations, delle errate politiche economiche delle amministrazioni repubblicane, alla speculazione, alla sovrapproduzione, alle troppo pronunciate ineguaglianze sociali.
Riguardo alle critiche di Hoover ed altri che il New Deal preparasse al socialismo, Roosevelt risponde che invece restava nella tradizione democratica, e che erano rivoluzionari solo in quanto diversi dalle misure precedenti.
La linea di pensiero a cui Roosevelt sceglie di collegarsi è quella costituita da Jefferson,Theodore Roosevelt e Wilson.
Il new deal si differenzia dalla tecnocrazia di Ward, e dalle élite di Veblen, in quanto capitalismo diretto dall'alto.
Inizialmente, in politica estera la linea di Roosevelt si discosta molto da quella di Wilson, che invece ne aveva ispirato la politica economica: nel 32 era ancora forte l'eco del fallimento di Wilson, e l'interventismo era una via impossibile.
A partire dal 36 però, anche a causa del crescente espansionismo dell'impero giapponese e della Germania nazista, la sua posizione iniziò a cambiare, fino ad arrivare ad un forte appoggio alla Gran Bretagna nelle prime fasi della guerra.
Già nel 37 prendeva atto dell'impossibilità di ragionare con le stesse categorie dei padri fondatori, che nel mondo del 1887 potevano decidere di isolarsi dall'Europa: ora gli stati uniti avevano un ruolo talmente importante e gli eventi internazionali hanno effetti talmente forti sull'america da non potere più permetterselo.
Ancora nel 39-40 però smentiva l'intenzione di entrare in guerra mandando soldati americani, in parte anche per ragioni elettorali. Gli anni 40-41 con l'ingresso in guerra dell'Italia, la sconfitta della Francia e il rischio per la Gran Bretagna isolata crearono le condizioni per un mutamento nell'opinione pubblica che lo aiutarono nella sua politica sempre meno isolazionista, fino a pearl harbour e all'intervento diretto nella guerra.
La guerra è caricata di un forte elemento ideologico: gli stati uniti sono i portatori dei valori della libertà e democrazia contro le dittature, gli americani devono assumere il ruolo di cittadini del mondo e le loro responsabilità.
Rispetto alla Russia di Stalin, Roosevelt compie un voltafaccia completo fra il 40-41 e l'entrata in guerra al fianco degli alleati dell'Urss: prima vista come dittatura alleata di Hitler, liberticida e spietata, dopo viene esaltata l'abilità di condottiero di Stalin e la grandezza e la resistenza della Russia.
Riguardo all'ordine post-bellico, Roosevelt riprende le linee di Wilson, dicendo che la pace dovrà assicurare l'impossibilità di un ritorno di alcun tipo di Hitlerismo, come era successo fra le due guerre. Roosevelt auspica una conciliazione con la Russia anche dopo la guerra, in opposizione al pensiero di Churchill.
Nel suo ultimo inaugural adress del gennaio 45 Roosevelt dichiara apertamente tramontato il modello dell'isolazionismo che aveva contraddistinto tanta parte della politica americana: gli stati uniti non potevano più vivere isolati e dovevano assumere il ruolo mondiale di difensori della democrazia e della libertà. I mali dell'Europa da cui tradizionalmente ci si ritraeva vengono affrontati direttamente.